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Into the Blue: lancio con il paracadute con la Skydive Costa d’Argento

Ci siamo recati allo Skydive Costa d’Argento in Località Parrina, una realtà ubicata a due passi dal Monte Argentario (GR), dove un team di istruttori professionisti con migliaia di lanci alle spalle permette a chiunque di sperimentare l’ebbrezza, la gioia e le sensazioni di un lancio mozzafiato in tandem col paracadute, volando nel cielo di una delle location più belle ed esclusive d’Italia. Stavolta, anziché provare il brivido di essere catapultati fuori dal portellone di un aereo, abbiamo avuto la possibilità di effettuare il lancio, ma da una piattaforma ad ala rotante.

Si dice che la prima volta non si scorda mai; e vi garantisco che ciò vale per tutto, anche per un lancio col paracadute. All’inizio non comprendi bene per quale meccanismo lo fai e ragioni per ipotesi. Forse la molla che ti spinge è quell’atavico richiamo allo spirito di libertà insito dentro ognuno di noi. Molto probabilmente un ruolo chiave lo gioca anche quella fortissima e sana passione per il volo che ci induce e ci istiga a provare.

Anche … ma oggi posso affermare con cognizione di causa che la mia vera ragione è stato quel desiderio di avventura che tante volte mi accompagnato in moltissime altre esperienze, sperimentando al contempo un’emozione unica nel suo genere. Risposta abbastanza scontata, sono un inguaribile passionale.

Non nascondo poi che a farla da padrone c’è stato anche un lato molto meno emotivo ma decisamente più razionale, ovvero la voglia di vincere definitivamente la mia paura verso un qualcosa che nell’immaginario collettivo desta sempre un mix di ansia, terrore ma condito anche da molta ammirazione. Perché sebbene sia un’attività che può far paura, al contempo stuzzica anche la curiosità di molti. E posso dirvi che non c’è niente di cui avere paura. Lanciarsi è più sicuro di tanti altri sport all’apparenza innocui.

Dopo mesi di amletici dubbi, tentennamenti e attimi di esitazione e anche qualche ripensamento, con l’estate ormai agli sgoccioli, finalmente mi sono fatto coraggio e ho deciso di vivere cosa si prova in prima persona, documentando allo stesso tempo quella che posso soltanto definire come l’esperienza in aria più bella della mia vita. Dopo aver ricevuto tante incitazioni da parti di chi aveva già provato, la curiosità di sapere cosa ci aspetta varcando la soglia di quella porta era ormai giunta al culmine.

Ero dunque un uomo pronto non solo fisicamente ma anche mentalmente per vivere in prima persona il brivido di un lancio nel vuoto col paracadute.

Dopo una breve ricerca vengo a sapere che a pochi chilometri da Grosseto, praticamente a un tiro di schioppo da Orbetello e dal Monte Argentario, esiste lo Skydive Costa d’Argento, una struttura abilitata che permette anche ai principianti, oltre che ai semplici curiosi senza alcuna esperienza, di cimentarsi nell’esperienza di un lancio in tandem a un costo a dir poco competitivo.

La critica ne è entusiasta e gli elogi si sprecano. Senza ulteriori indugi cedo dunque anche io alla tentazione e decido di fissare una data. In fondo poi non esiste niente di meglio che vivere un’esperienza simile nel luogo del proprio cuore.

Contatto lo Skydive. Al telefono mi risponde una gentilissima ragazza; si chiama Alice. Con lei ci diamo appuntamento per sabato 21 agosto a mattina inoltrata. Mi informa che per l’occasione potrò scegliere anche la tipologia di lancio. La vera novità del week-end sarà l’arrivo in loco di un elicottero abilitato per i salti e quindi avrò una duplice possibilità di scelta, avvalendomi non solo dal consueto PC-6 impiegato regolarmente dalla struttura per i loro lanci.

Opto subito per l’ala rotante senza stare a pensarci due volte e senza neppure dare ad Alice il tempo di convincermi. Chiunque mastichi un qualcosa di paracadutismo conosce bene la differenza che passa da un lancio in elicottero rispetto ad uno praticato da un vettore ad ala fissa; e questo nonostante ci siano quasi 1000 metri di differenza in termine di quota a sfavore del primo.

Il rendez vous con la crew è fissato per le 10.00 allo Skydive situato in località Parrina, ovvero ben 186 km esatti da casa mia. Raggiungo l’aviosuperficie dopo un viaggio in moto che definire snervante è un eufemismo. Nebbia fitta da Tavarnelle sino a Siena con una temperatura costante di 19° fra le terre del Chianti addobbato per l’occasione in puro stile Silent Hill. Un bello scroscio di pioggia ad accogliermi nei pressi della Valle del Farma e, per non farsi mancare niente, via dentro un asciugacapelli da Civitella Marittima per i restanti 90 chilometri fino a destinazione con 30 gradi fissi di temperatura sparati in faccia già di prima mattina a darmi il buongiorno.

All’arrivo l’accoglienza è festosa; l’aria che si respira è quella di un party con il conto già pagato, punteggiato di volti sorridenti, gente allegra, musica ad alto volume, leccornie e animi gioiosi. Nonostante le temperature etnee il caldo sembra non dare noia a nessun. Sono tutti qua per divertirsi, nessuno ci fa caso e in fondo anche noi abbiamo chiesto l’invito per lo stesso motivo, per cui perché preoccuparsi.

Dal numero di persone capisco di essere fra gli ultimi arrivati anche se altri si fanno largo dopo di me. Davanti in attesa ho ben 15 persone ma scopro che la quasi totalità di loro si lancerà dal Pilatus. Alice coglie i miei occhi sgranati e mi conferma non solo che è la norma, ma che sarà così per tutto il giorno fino al calar del sole, termine ultimo per poter svolgere l’attività di lancio.

Mi reco in reception, sbrigo le necessarie formalità e vengo subito accompagnato dal mio istruttore. Dopo le presentazioni di rito Massimiliano mi spiega in modo sintetico ma dettagliato il nostro programma: quale sarà l’area di lancio, la quota operativa, la posizione che dovrò assumere con gambe e testa in fase di salto (definita a banana proprio come il mio piede) e quella che dovrò invece mantenere in caduta per rallentare la corsa. Ciò che mi sorprende e mi lascia abbastanza basito sono due aspetti. Il primo è il numero delle donne quasi superiore a quello degli uomini e  il secondo sono le dimensioni contenute dei paracadute di nuova generazione. Ad un esame occhio-metrico di un profano assomigliano a tanti piccoli zainetti da escursionismo, tipo quelli dove si inserisce la borraccia, la maglietta di ricambio e al massimo la merenda; sono anni luce distanti da quelli che immaginavo io e che si possono scorgere in film di tanti anni fa. Segno questo che come in tutti gli sport estremi anche il progresso tecnologico praticato dallo Skydiving ha compiuto veramente passi da gigante.

Mi informano che sarò col terzo equipaggio che staccherà i pattini da terra. “Tre”, penso subito “un numero fortunato”. L’istruttore che si occuperà della mia incolumità in aria è Donato, il titolare della struttura: un ragazzo massiccio, fisico da incursore, centinaia di salti alle spalle, l’altimetro incorporato e l’aria rarefatta già nel sangue.

Per farla breve una di quelle persone che vorresti avere con te la prima volta che ti cimenti in un’esperienza simile. Vengo imbracato di tutto punto come una salamella e ci dirigiamo verso la pista di manto erboso. Il nostro elicottero è già sul posto ad attenderci a motori accesi, appena rientrato dal secondo lancio e sosta a poche decine di metri di distanza alzando un polverone terribile. E’ un AS350 color giallo Stabilo Boss impossibile da non notare;  la tonalità giusta per evidenziare chi è che comanda in aria quella fetta di cielo della Toscana.

Prendiamo posto accanto al pilota. Di fronte a me siede il mio video-flyier. E’ Fabio, occhio vispo, battuta pronta e tappezzato di telecamere. Si occuperà di filmare il sottoscritto e la sua mimica facciale durante tutta la caduta.

Al suo fianco prende posto un giovane paracadutista che avrà sì e no 10 anni meno di me. Incastrato in una posizione scomodissima dietro di me, Donato si occupa intanto delle ultime fasi di controllo della mia imbracatura e mi fissa per bene alla sua. A bordo siamo tutti, ben 6 persone e ormai non manca più nessuno: carico pagante completo. Possiamo partire.

Per il lancio tutti i portelloni sono stati preventivamente rimossi e una volta pronti il pilota porta in alto la leva del collettivo senza troppi indugi. Il decollo è rapido, oserei dire quasi operativo. Facciamo la barba al campo di girasole prospiciente e ci libriamo nell’aria. La sensazione iniziale che provo è quella di fare la comparsa in un remake di Apocalypse Now.

La vista della Costa d’Argento dall’alto regala fin da subito stupore e meraviglia. Il panorama è mozzafiato, la visibilità ottima. Dal cielo posso scorgere il Giglio, Giannutri e anche le Formiche di Grosseto. Paesaggisticamente la giornata è perfetta e anche le condizioni meteo in quota sembrano essere dalla nostra parte. Nonostante la pesante tuta di volo in nomex che porto indosso, la temperatura sul nostro terrazzino ad ala rotante vista mare cambia in maniera repentina e già a 1500 metri sembra di trovarsi in vetta sul Monte Cervino.

La scalata prosegue inesorabile con una lunga e lenta vite elicoidale in senso verticale. Distinguo tutti i luoghi del mio cuore che per la prima volta si fondono in un unico grande scenario, immersi in una cornice meravigliosa che contrasta fra le tonalità color pastello dell’entroterra, l’azzurro del cielo e il blu del Tirreno.

A bordo si ride e si scherza come in un’allegra scampagnata. Il clima è da gita scolastica alle superiori. Salendo progressivamente di quota, nella mente balenano un turbine di pensieri e alla calma, fedele compagna che fino a quel momento mi aveva tenuto buona compagnia, si affaccia per la prima volta anche la tensione.

Fabio mi intervista e cerca di scacciarla ma è una lotta impari. Praticamente si è come immersi in un’altra dimensione e tutto quello che siamo abituati a vedere con gli occhi da una distanza ravvicinata, questa volta assume altri connotati, quasi fossimo in volo su un enorme diorama in scala. Il mondo diventa un microcosmo e dall’alto ci sentiamo ancora più piccoli e insignificanti dinnanzi a tanta immensità. Il freddo pungente che ci schiaffeggia la faccia e penetra sin dentro le ossa non funge da camomilla e la tensione sul mio volto comincia a farsi evidente.

Per contribuire ad aumentare ulteriormente la mia già cospicua dose di stress, sono seduto in bilico sulla pedana con una gamba che penzola fuori dall’elicottero e sfiora il pattino di sinistra. Pronto già per lanciarmi nel vuoto.

Ci siamo, dopo circa 15 minuti di interminabile salita la quota lancio è stata raggiunta. Il diver da il buon esempio e si lancia per primo e saluta la curva senza grossi problemi. E’ già al terzo salto questa mattina e da come si è pronunciato sembra che andrà avanti a oltranza. In un attimo è fuori e pochi istanti dopo si trova già a decine di metri sotto l’apparecchio. Adesso tocca a noi, siamo i prossimi. Donato da dietro comincia a muoversi chiedendomi se sono pronto per saltare. Mi scosto da quel giaciglio e mi do da fare per agevolarlo nell’uscita. Gli do l’ok: ci siamo. E’ il mio turno, sono venuto apposta per vivere quest’emozione e in fondo non voglio certo essere l’unico idiota del gruppo a non lanciarsi nel vuoto anche se la fifa seduta al mio fianco ammicca beffardamente. Fabio nel frattempo mi scuote vedendomi teso come una corda di violino. Gli sorrido, non sapendo di essere già filmato.

Guardo per un attimo il vuoto sotto di me: è enorme. E’ una sensazione che lascia senza parole per uno abituato ad avere i brividi a sporgersi dal ventesimo piano. A poche decine di centimetri sulla mia testa le 3 pale intanto girano vorticosamente e mi spingono litri di aria gelata nel volto in un turbine vorticoso. Tiro subito indietro la testa come prevede la posizione. Con la coda dell’occhio però do un’altra sbirciata furtiva per cercare di capire a cosa sto andando incontro. Forse sarebbe stato meglio non farlo. Nemmeno il tempo di pensare: “che diavolo ci fai seduto su un elicottero senza portelloni a quasi 4000 metri dal suolo” che saltiamo dall’apparecchio. A quel punto non ci sono più ripensamenti, non si può più mettere in pausa la registrazione e riavvolgere il nastro. Si è nel vuoto e qualsiasi cambio di idea è ormai tardivo.

L’accelerazione è indescrivibile, da togliere il fiato. E’ uno scatto progressivo ma non brutale che ti tira verso il basso. Non ha niente a che vedere con un da zero a cento in 3 secondi netti sparati come proiettili a bordo di una Ferrari 612 Superfast o in sella una R-1 da pista.

Stavolta sei in aria e non hai alcun contatto o prossimità col terreno, ma continui a scendere e ad acquisire velocità. La sensazione è talmente nuova che anche il cervello entra subito in modalità recovery e cessa subito tutte le funzioni che ritiene secondarie o non necessarie. Nei primi momenti non pensi più a niente di elaborato o di complesso; sei solo un essere inerme e impotente che va giù come un ferro da stiro lanciato in mare mentre tutto fuori scorre in pochi secondi in questa corsa che sembra non avere fine. Il tempo perde qualsiasi riferimento tanto che già abbiamo percorso almeno 150 200 metri in piena caduta libera senza che mi accorga minimamente della quota alla quale mi posso trovare.

Da dietro, l’occhio vigile di Donato tiene sempre d’occhio l’altimetro. D’un tratto apre lo stabilizzatore e assumiamo la posizione a stella che permetterà di rallentare i due energumeni scagliati a oltre 180 km/h in caduta libera.

Dopo il corpo anche la mente si abitua alla sua nuova condizione e lentamente comincia a riprendere le sue normali funzioni. L’adrenalina è al picco. In quei momenti realizzi che non c’è paura ma che stai solo vivendo la più bella esperienza della tua vita. Stai volando immerso nel blu del cielo che si staglia sull’indaco del mare. Sei nel blu dipinto di blu.

Il terrore del vuoto e la paura di non farcela che provavi un attimo prima del lancio diventano un ricordo lontano e sbiadito. Sono sensazioni che polverizzi nell’attimo in cui salti. Dopo la strada è tutta in discesa e diventi un bambino felice.  L’aria ci mantiene in posizione ma restare stabilizzati per un novizio non è proprio una sciocchezza. Davanti a me Fabio si diverte in una serie di passaggi rasenti e mi tappezza di foto. Con un’altra Gopro filma un video mentre sfoggio una lunga serie di espressioni da beota, tanta è l’emozione e la gioia che sto provando.

Sono attimi in cui stai sorseggiando un cocktail meraviglioso che mischia gioia, senso di stupore e pura adrenalina. Sono troppo preso a vivermi quel fantastico momento e quelle sensazioni piuttosto che occuparmi di mantenere un’espressione fotogenica per una foto da 300 Like da postare sui social. Ad un tratto arriva il segnale convenuto, ci siamo. Donato con un colpo apre la vela che si spiega in piena quota di sicurezza.

La decelerazione è anch’essa bestiale e di certo non meno adrenalinica. Si passa dai 200 km/h ai 30 in meno di 4 secondi. Senza capire come vengo bloccato a mezz’aria dalla resistenza della vela e sparato verso l’alto come uno yo yo, tanto che ad un tratto le mie gambe arrivano a giungermi quasi in faccia. E’ finita la corsa, ora ha inizio la quiete, il volteggio e il volo a vela. Dal fiume di adrenalina di qualche secondo fa si arriva di colpo alla pace dei sensi e alla calma: il tutto con un semplice gesto della mano.

Donato mi mostra come si veleggia e come si governa mentre nel frattempo mi chiede come è andata e quali sono le prime impressioni. Sono un fiume in piena, non riesco a zittirmi per descrivere il mio stato d’animo. Con un paio di sfogate ben assestate  e qualche manovra al limite mette fine al mio soliloquio e mi riaccende subito l’entusiasmo, facendomi pompare ulteriori preziose microdosi di adrenalina. Sto provando il volo dei rapaci: un lento fluttuare ad alta quota, volteggiando come una ballerina sospesa dai fili sopra un palcoscenico da cartolina.

L’aviosuperficie è sotto di noi e la posso scorgere a qualche decina di metri. Dal basso ci individuano e ci accolgono festosi, immortalando il nostro atterraggio con le videocamere. La terra è a meno di 10 metri. Gambe raccolte verso il bacino come da programma e tocchiamo delicatamente il suolo. In un attimo la corsa si interrompe. Mi alzo in piedi e torno a camminare sulle mie gambe, sulla madre terra mentre dall’alto ci raggiungono altri volti sorridenti. Do un’ultima occhiata al cielo: è là che vorrei tornare subito. E’ andata bene, ci diamo tutti il cinque e ci scambiamo pacche sulle spalle commentando l’esperienza con un sorriso a 32 denti.

I ragazzi sono stati bravissimi e tutti veramente professionali. Questa piccola grande avventura è terminata ma il mio non è certo un addio al paracadutismo, bensì un arrivederci. Non si può essere infelici quando fra le mani si ha tutto questo: la velocità, il vento, i colori del mondo e il profumo del mare che ti accompagnano in questa magica e fantastica avventura.

Per maggiori informazioni potete visitare il sito web di Skydive Costa d’Argento: www.skydivecostadargento.com

L’autore e Aviation Report ringraziano lo Skydive Costa d’Argento e tutto il suo team per la disponibilità prestata durante la realizzazione del servizio.

Testo e immagini: Simone Ferrante

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Simone Ferrante

Nato a Firenze nel 1986 è un grande appassionato di fotografia aeronautica e di tutto cio'che è ad ala fissa o rotante. Dal 2018 è collaboratore presso la rivista online Aviation Report. Ho volato su NH-90, CH-47F, UH-412 (AVES).

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