100 anni fa, nel 1920, i piloti Arturo Ferrarin e Guido Masiero, insieme ai motoristi Gino Cappannini e Roberto Maretto, a bordo di due biplani SVA di legno e tela, si rendevano artefici del primo collegamento aereo tra Europa ed Estremo Oriente. E proprio all’Aeroporto “Francesco Baracca” di Centocelle, luogo di partenza degli equipaggi che affrontarono il lungo viaggio, venerdì 14 febbraio 2020, si è celebrato il Centenario del Raid Roma Tokyo, impresa considerata ancora oggi tra le più straordinarie della storia dell’Aviazione.

L’idea di questo volo si deve a Gabriele D’Annunzio nel 1919. Condivisa con la Direzione Generale dell’Aeronautica quest’ultima, rispetto al progetto iniziale, introdusse delle variazioni. D’Annunzio fermo a Fiume non partecipò all’impresa che fu organizzata con due formazioni, la prima con cinque caccia ricognitori SVA 9, la seconda con quattro bombardieri plurimotori Caproni Ca.450, Ca.600 e Ca.900. I velivoli Caproni decollarono da Centocelle l’8 gennaio 1920 ma non riuscirono a andare oltre la Siria. Anche agli SVA non andò meglio decollando l’11 marzo 1920. Le speranze, quindi, furono riposte nei due SVA che decollarono il 14 febbraio 1920 e che avrebbero dovuto fare da staffetta, ai cinque aerei decollati a marzo, per verificare le località di atterraggio e predisporre rifornimenti e contatti con le autorità dei paesi nelle quali erano state previste le soste.

Lo SVA era un aereo che fu apprezzato soprattutto verso la fine della Prima Guerra Mondiale ma che non era stato pensato per una missione del genere. Divenne noto anche grazie al famoso Volo su Vienna. Era un aeroplano di legna e tela, l’abitaco­lo era aperto e l’equipaggio era esposto al vento e alle intemperie, il radiatore non era adeguato per le alte temperature tropicali mentre il carrello era privo di carenature alle ruote, utili in caso di atterraggio su terreni difficili. A bordo non c’era la radio, la velocità si manteneva sensorialmente ed il pilota conduceva la navigazione unicamente con l’ausilio di orologio e bussola.

I velivoli fecero svariate tappe a partire dalla prima a Gioia del Colle, poi Valona, Salonicco, Aidin, Adalia, Aleppo, Baghdad, Bassora, Bushir, Bandar-Abbas, Ciaubar, Karachi, Nuova Delhi, Calcutta il 13 marzo dove gli equipaggi rimasero fino al 31 marzo in attesa dell’arrivo dell’altra formazione di SVA che sappiamo non arrivò mai. Il volo riprese in direzione Rangoon, Bangkok, Ubon, Hanoi e Canton dove i velivoli si fermarono per la manutenzione. Da qui di nuovo in volo per Shanghai, Tsingao e Pechino il 24 maggio dove i piloti ebbero una grande accoglienza. Il volo proseguì con una breve sosta ad Osaka.

Dopo mille peripezie, 106 giorni, 18.000 chilometri percorsi, 112 ore di volo alla velocità media di 160 km/h, 30 tappe con 34 atterraggi e 4 scali intermedi, il 31 maggio i due SVA giunsero a Tokio; prima Masiero e cir­ca un’ora dopo Ferrarin. Ad attenderli c’erano duecento mila persone accorse per vedere i primi aeroplani arrivati in volo dall’Europa. Per celebrare l’impresa furono decretati 42 giorni di festeggiamenti in Giappone, culminati con il ricevimento ufficiale degli aviatori italiani a Palazzo Imperiale. A ricordo di questo volo da record lo SVA di Ferrarin fu collocato nel Museo Imperiale delle Armi a Osaka.

Ansaldo SVA9 13179 e 13197

Gli equipaggi volarono non di rado in condizioni proibitive e di maltempo, su rotte aeree spesso sconosciute, sorvolando regioni del mondo instabili, riparando danni come potevano, senza infrastrutture aeronautiche a loro supporto.

Nel corso delle celebrazioni, alla presenza del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, Generale di Squadra Aerea Alberto Rosso, del Presidente della Fondazione Italia/Giappone, Ambasciatore Umberto Vattani, e dell’Ambasciatore del Giappone in Italia Hiroshi Oe, è stata deposta una corona d’alloro al monumento commemorativo già esistente e restaurato per l’occasione, ed è stato possibile visitare una mostra dedicata al Raid.

“Un’impresa che nasce non come impresa di singoli ma come volontà di muovere in maniera strutturata e organica una formazionedi aeroplani. Per questo è importante ricordare tutti: partendo da chi non ce l’ha fatta, fino ad arrivare a Ferrarin, Masiero ed i loro valorosi motoristi. Una dimostrazione del fatto che il pilota non è mai da solo e che è sempre il lavoro di squadra che porta il risultato.” Queste le paroledel Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare dopo aver ringraziato i famigliari degli equipaggi giunti a Roma per l’evento.

“Cerimonie come queste – ha continuato il Generale Rosso – non vogliono solo ricordare un avvenimento passato e personaggi interessanti che oggi non ci sono più. La storia ci deve aiutare a comprendere quello che è stato fatto in altri tempi ma che può essere d’esempio oggi. Ci deve aiutare, stimolare, guardare umilmente il modo in cui tanti anni fa sono stati risolti problemi difficili, con determinazione, fantasia, grinta e spirito di avventuraComprendere questo oggi ci aiuta a guardare verso il futuro. Oggi guardiamo verso lo Spazio, che è la nostra nuova frontiera, utilizziamo nuove tecnologie, ma le sfide, concettualmente, son sempre le stesse, così come lo spirito di avventura, la capacità organizzativa, la grinta, la determinazione, l’attaccamento ai valori”.

Testo: Stefano Monteleone
Immagini: Gianluca Vannicelli, Ufficio Pubblica Informazione Aeronautica Militare

 

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