piloti 11 settembre 2001
© US National Guard Courtesy

Il piano disperato per salvare Washington: la storia dei primi piloti dell’Air National Guard decollati l’11 settembre 2001

A 25 anni dagli attacchi che hanno cambiato il mondo, riemerge la storia dei piloti della Guardia Nazionale decollati senza armi per difendere la Capitale. I loro F-16, destinati alla rottamazione, diventano oggi monumenti nazionali. L’11 settembre 2001, mentre l’America guardava in diretta il collasso delle Torri Gemelle e il fumo alzarsi dal Pentagono, nei cieli sopra Washington si stava per consumare un dramma silenzioso che avrebbe potuto riscrivere la storia.

Quando la Casa Bianca chiamò il 113th Wing della Guardia Nazionale Aerea alla Joint Base Andrews con l’ordine perentorio di “far alzare in volo tutto il possibile”, ci fu un problema enorme. Gli aerei non erano armati. Il personale di terra non aveva ancora prelevato i missili dai depositi. Di fronte a un attacco a sorpresa senza precedenti, l’allora Maggiore Marc “Sass” Sasseville (oggi Generale retired ) e il suo gregario, la giovane Tenente Heather “Lucky” Penney (oggi Maggiore retired), non esitarono. Decollarono sui loro F-16 Viper con i soli proiettili da addestramento a bordo e una missione disperata. Trovare il Volo United 93, un aereo di linea dirottato e diretto verso la Capitale, e abbatterlo a qualunque costo.

A 25 anni da quella mattina, il Generale Steve Nordhaus, Capo del National Guard Bureau, ricorda in un momento solenne il coraggio di quei piloti e di tutto il personale di supporto. In un video celebrativo, si riuniscono i protagonisti di quel giorno. Penney, Sasseville e l’attuale Capo di Stato Maggiore Congiunto (allora responsabile dei voli), il Gen. Dan “Razin” Caine, hanno rievocato i fatti dell’11 settembre.

11 settembre 2001: F-16 in volo senza missili

Senza missili a disposizione, l’unica opzione era l’estremo sacrificio. Sasseville comunicò a Penney il piano in volo. Lui avrebbe speronato la cabina di pilotaggio, lei la coda dell’aereo commerciale. “Mi piace pensare di essere stata scelta per quella missione perché ero un bravo pilota“, ha confessato recentemente Penney a Air & Space Forces Magazine, “ma sotto sotto credo sia stato perché ero single. Eravamo solo io e il mio cane”.

“Stavamo per decollare senza armi. Nessuno ha fatto domande. Tutti erano pronti a dare il massimo per vincere e per fare ciò che era necessario per tornare in controllo della situazione“, aggiunge Sasseville.

“Questo è lo spirito degli Stati Uniti d’America. quando ci colpisci a tradimento, faresti bene a fare attenzione, perché verremo a prenderti. […] È stato straordinario poter essere testimoni della storia“, ha detto Caine.

Le testimonianze ripercorrono la totale assenza di protocolli per uno scenario simile. “Non avevamo piani. Non avevamo tattiche. È stato davvero qualcosa che abbiamo dovuto improvvisare“, aggiunge Penney. “Questo scenario era senza precedenti. Non era nulla per cui ci fossimo mai addestrati. Piani non esistevano e non avevamo tattiche. È stato davvero qualcosa che abbiamo dovuto improvvisare da zero“, racconta Penney riferendosi alla decisione di decollare disarmati. “La nostra unica scelta sarebbe stata quella di usare l’aereo come ariete contro l’aereo di linea.”

Eppure, tutti risposero senza fare domande. Mentre i due F-16 disarmati pattugliavano i cieli alla ricerca di una minaccia invisibile (ignari che i passeggeri del Volo 93 si fossero già ribellati ai dirottatori facendolo schiantare a Shanksville), a terra i manutentori armavano i caccia successivi violando la burocrazia per guadagnare minuti preziosi. Fu l’inizio di un pattugliamento aereo sopra la capitale durata ben 90 giorni ininterrotti.

Gli F-16 dell’11 settembre 2001: un patrimonio salvato in extremis

La storia di quel giorno vive non solo nei ricordi, ma anche nel metallo. Un’incredibile campagna, raccontata in questi giorni, ha salvato dalla distruzione proprio gli aerei che difesero Washington. I tre storici F-16, quello di Caine (matricola 85-1438), quello di Sasseville (85-1461) e quello di Penney (86-0255) erano stati infatti convertiti in droni bersaglio QF-16.

I nuovi sistemi missilistici avrebbero abbattuto questi F-16 durante futuri test. Grazie all’intervento della National Guard Association of the United States e di esponenti della Casa Bianca, la Forza Aerea ha accettato di sfruttare solo le ore di volo rimaste ai droni, prima di ritirarli definitivamente per preservarli.

L’aereo di Penney andrà all’American Heritage Museum in Massachusetts, quello di Caine al Museo Nazionale della US Air Force in Ohio, e il jet di Sasseville rimarrà esposto proprio ad Andrews. Testimonianze di titanio di una mattina in cui un gruppo di cittadini-soldati fu pronto a rinunciare a tutto per difendere la propria nazione.

Scorta all’Air Force One

Il colonnello in pensione dell’US Air Force Rolando Aguilar, ex pilota di F-16 dell’Air National Guard del Texas, ricorda la mattina dell’11 settembre 2001. Un giorno di riposo che si trasformò in una corsa contro il tempo per intercettare un aereo che ancora non sapeva essere l’Air Force One.

Svegliato dai capisquadra della sua unità con la notizia che un aereo aveva colpito il World Trade Center, il giovane pilota si preparò rapidamente. Corse verso il suo jet e si allacciò le cinture quando il suo comandante di squadriglia gli ordinò di intercettare un aereo con a bordo “uno dei nostri ex colleghi”. Aguilar non capì cosa significasse finché non fu in volo e vide per la prima volta l’inconfondibile livrea blu e bianca dell’Air Force One.

Con la Federal Aviation Administration che aveva bloccato a terra il traffico aereo civile in tutto il paese, Aguilar e i suoi commilitoni della Guardia Nazionale di stanza a Houston, che volavano con lo stesso squadrone in cui aveva prestato servizio un giovane George W. Bush, scortarono l’aereo presidenziale verso la base aerea di Barksdale, in Louisiana, con l’autorizzazione ad aprire il fuoco su qualsiasi velivolo che non avesse risposto. Venticinque anni dopo, la definisce un’eredità di cui la sua unità può essere orgogliosa. “Abbiamo avuto un ruolo in una giornata davvero importante della storia.”

L’eredità di quel giorno: una nuova Guardia Nazionale

Per l’intero assetto difensivo degli Stati Uniti, l’11 settembre non ha lasciato un segno indelebile solo nelle vite di chi era in servizio quel giorno, ma ha rappresentato un vero e proprio “interruttore strategico”. Come sottolineato dal Generale Sasseville durante l’intervista, prima degli attacchi del 2001 il paese viveva ancora nel clima disteso del post-Guerra Fredda. Le forze armate avevano subito drastici tagli e la Guardia Nazionale era percepita prevalentemente come una forza di riserva “dormiente”, in attesa di conflitti convenzionali che sembravano ormai un lontano ricordo.

Quella mattina del 2001 ha spazzato via ogni illusione, cambiando tutto per sempre. Le immense esigenze operative scaturite dai due decenni successivi di guerra globale al terrorismo hanno reso impossibile per le forze attive di Aeronautica ed Esercito sostenere le missioni da sole. Le autorità hanno chiamato la Guardia Nazionale a colmare quel vuoto, mettendo in campo quell’indispensabile “profondità strategica” menzionata dal Maggiore Penney.

Da semplice forza di supporto per le emergenze, i cittadini-soldati hanno subìto una rapida metamorfosi. Oggi sono una componente operativa essenziale, perfettamente addestrata, equipaggiata e totalmente interscambiabile con le forze regolari. A 25 anni di distanza da quel tragico evento, la Guardia Nazionale costituisce il 20% della forza congiunta americana, rappresentando ben il 42% dell’Esercito e il 30% dell’Aeronautica.

Una trasformazione profonda, nata dal coraggio e dall’improvvisazione di una mattina di settembre, che ha forgiato una forza moderna, pronta ad affrontare non solo le minacce tradizionali, ma anche le nuove sfide nei domini cyber e spaziale. Perché, come ricorda il Generale Caine in chiusura del suo intervento, non c’è distinzione tra questi piloti e la nazione che servono. “Quando si mobilita la Guardia Nazionale, si mobilita l’America intera“.