Dopo la Dichiarazione di Intenti siglata a Londra lo scorso 10 settembre fra il Regno Unito e il Segretario Generale della Difesa Gen. Nicolò Falsaperna, che impegna le rispettive industrie a sviluppare ulteriormente le proprie capacità nel settore Combat Air nel reciproco interesse, la partecipazione al programma Tempest potrebbe vedere aggiungere allo scacchiere nel prossimo futuro oltre alla Svezia anche il Giappone come nuovo attore protagonista.

Nonostante sulle prime Tokyo fosse fermamente interessato a guidare lo sviluppo di un velivolo a carattere stealth in maniera del tutto indipendente, il Ministro della Difesa Japanese Itsunori Onodera sembra aver fatto dietrofront riguardo una totale assoluta autonomia nel programma nazionale F-3, dichiarando che da tempo sia il Giappone che il Regno Unito hanno avuto “uno scambio di opinioni” sul progetto Tempest Future Fighter Aircraft.

E’ cosa ormai nota che Londra starebbe cercando nuovi validi partner di sviluppo congiunti a livello internazionale e da parte nipponica l’opzione di poter collaborare con un team d’eccezione al progetto per lo sviluppo del suo Future Fighter 2030 non sarebbe proprio da cestinare; a patto però di essere  fra i leader inclusi nel progetto.

Il progetto F-3 della Mitsubishi in sviluppo dal 2007 dovrebbe essere (il condizionale è d’obbligo) il successore legittimo del caccia monomotore F-2. Era il 2016, quando il Giappone fece volare per la prima volta il suo dimostratore tecnologico avanzato sperimentale (ATDX), l’X-2 Shinshin (Spirito del cuore). Il velivolo del costo di 350 milioni di dollari presentava soluzioni tecniche decisamente all’avanguardia, fra cui un’ innovativo rivestimento in composito di ceramica e carburo di silicio oltre a 2 propulsori vettoriali in grado di unire 3 elementi fondamentali: un’ottima capacità stealth, un’estrema manovrabilità in volo ed una velocità supercruise.

Nonostante i ripetuti corteggiamenti rivolti a Grumman negli ultimi tempi, gli Stati Uniti continuano a fare orecchie da mercante, dimostrando di non avere alcuna intenzione di voler sviluppare con i nipponici un progetto congiunto. Accantonando l’ipotesi della fabbricazione di un caccia al 100% nazionale per una lunga serie di motivazioni che spaziano dai costi e al gap tecnologico, la decisione definitiva potrebbe ricadere proprio su una partnership a favore del nuovo Tempest.

Non solo; che il progetto F-3 sia destinato a finire in una bolla di sapone è molto più di un semplice rumor. Qualche tempo fa, ancor prima che si potesse anche solo ventilare l’ipotesi di una partnership con gli inglesi, svariati analisti avevano predetto la fine dell’F-3. La causa: il contratto siglato con Lockheed Martin per l’acquisto di altri 105  F-35A e F-35B oltre ai 42 già ordinati, che ha colto tutti di sorpresa e ha reso il Giappone il suo secondo più grande operatore mondiale.

Se così fosse, il progetto Tempest che attualmente include una joint venture fra Royal Air Force, BAE Systems, Rolls-Royce, Leonardo S.p.A, e M.B.D.A., vedrebbe così aggiungersi un altro importante tassello a questo mosaico d’eccezione. Nonostante la limitata esperienza del Giappone nello sviluppo di questo genere di velivoli, imbarcarsi sul Tempest potrebbe essere una grossa un’opportunità per questo paese e non solo da un punto di vista tecnologico e commerciale, ma anche finanziario; questo grazie al notevole risparmio di denaro che si verrebbe a creare attraverso la condivisione dei sistemi.

Se il Future Fighter invece volesse condividere solo alcune delle funzionalità del Tempest, come già si vocifera da più parti, il Giappone potrebbe invece continuare a portare avanti autonomamente il proprio programma come da copione.

Per il nostro progetto possono essere considerati diversi modelli di partnership“, ha affermato in un’intervista Andy Latham, addetto al programma Tempest. “Il Giappone è senza ombra di dubbio il benvenuto, non solo per il suo prestigio, ma anche perchè può disporre di una tecnologia eccezionale di cui qualsiasi partner coinvolto potrebbe sicuramente beneficiare. L’avionica made in japan è ad oggi e senza alcun’ombra di dubbio, una delle più efficaci. Sarebbe un onore collaborare con loro”.

Che BAE abbia preso sul serio l’idea di coinvolgere anche marginalmente il paese del Sol Levante lo si è potuto constatare in occasione della DSEI,  tenutasi a Tokyo dal 18 al 20 novembre scorso quando la società ha promosso e reclamizzato in pompa magna il suo caccia di 6° generazione, mentre il produttore antagonista Airbus ha preferito temporeggiare scegliendo di non mostrare il proprio concept.

Il concetto di cooperazione che abbiamo in mente sostituisce ex novo il modello standard a cui siamo abituati, nel quale i partner trascorrono anni a negoziare per scendere poi a compromessi e definire da ultimo un progetto che dovranno tutti gioco-forza accettare. Secondo me è possibile risparmiare moltissimo tempo e altrettanto denaro accettando anche dei partner che dichiarano fin da subito di non essere d’accordo in toto, purché siano disposti a pagare il costo aggiuntivo di uno sviluppo e una produzione finale indipendente”. Questo è ciò che ha riferito l’Air Commodore Daniel Storr, attuale capo del settore acquisti della linea caccia presso il Ministero della Difesa britannico durante la conferenza espositiva.

L’innovativo concetto di cooperazione di cui parla Stoor consentirebbe dunque al Giappone di non vincolarsi completamente al programma Tempest, beneficiandone solo di alcuni aspetti; quest’opzione dunque risulterebbe il compromesso ideale per sviluppare autonomamente la cellula di un proprio velivolo, impiegando al contempo propulsore, alcuni tipi di armamenti, software e avionica dagli altri partner. Anche la data di entrata in servizio del caccia anglo-italiano potrebbe essere una carta che giocherebbe a favore dei nipponici.

Considerato che il Regno Unito al momento non ha alcuna intenzione di impegnarsi per lanciare lo sviluppo su larga scala del Tempest prima del 2025 (con la data di entrata in servizio prevista 10 anni dopo), questo requisito soddisferebbe appieno l’obiettivo del Giappone, che intende rinnovare la sua flotta a partire dagli anni ’30 del 2000. A partire da quella data infatti, per esigenze dettate dalla fine vita operativa dei velivoli, la nazione dovrà gioco-forza sostituire la propria flotta di oltre 100 caccia F-2 realizzati in patria e rimpiazzarli con un nuovo successore.

Dato che il programma FCAS sembra guardare un po’ più lontano, puntando ottimisticamente al 2040, questo aspetto risulterebbe molto penalizzante per il concorrente franco-tedesco. Anche per quanto concerne le misure dell’aeromobile ci sarebbe il modo di raggiungere un’intesa, dal momento che gli studi del Ministero della Difesa Giapponese indicano la necessità di un fighter molto grande, con un peso a vuoto ben superiore a 20 tonnellate (44.000 libbre) e con misure più grandi del Lockheed Martin F-22, suo velivolo di riferimento. L’ incremento del carico bellico all’interno delle stive e un implemento delle performance rispetto al Raptor saranno dunque i fattori chiave che condizioneranno la scelta. Un plus sarebbe l’ipotesi dual use del vano destinato alle armi che all’occorrenza potrebbe contenere(sempre a seconda delle esigenze) anche un serbatoio aggiuntivo per il carburante al fine di aumentare la propria autonomia nelle missioni più lunghe.

Per adesso nessun paese dell’Europa occidentale ha mai curato e gestito il progetto di un caccia più grande di circa i due terzi del caccia statunitense, ma Storr ha affermato che non è da escludere una configurazione maggiore per il Tempest. Il modello esposto a Fairford al Royal International Air Tattoo 2019 infatti risulta essere di poco più grande. A dispetto di ciò, Regno Unito e altri partner europei potrebbero invece desiderare un fighter dalle dimensioni ridotte, con meno ingombri e una superficie alare più contenuta. I concept che non sono stati ancora mostrati infatti non sarebbero altrettanto grandi come il modello esposto al pubblico.

Dal 2040, anno in cui sarà dismessa la linea Typhoon, i caccia di 6° generazione Tempest  saranno chiamati ad affiancare le piattaforme tattiche di 5°generazione F-35, i quali saranno ovviamente aggiornati con il non plus ultra della tecnologia del tempo e adattati in base alle esigenze tattiche future. L’Italia  ad oggi è il primo operatore europeo dell’F-35 ad aver raggiunto nel novembre 2018 la Capacità operativa iniziale con il Joint Strike Fighter e, con la futura Brexit che si prospetta, si spera di poter fare altrettanto col Tempest.

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