Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno accettato di vendere l’F-35 all’Arabia Saudita. Non c’è ancora una notifica formale, ma il dossier torna in primo piano con implicazioni industriali, strategiche e regionali. Il dossier F-35A all’Arabia Saudita torna al centro del dibattito strategico dopo una nuova dichiarazione pubblica del presidente Donald Trump, che ha affermato che Washington ha accettato di vendere a Riyadh “forse il caccia più capace mai costruito”.
La dichiarazione, pronunciata lo scorso 28 marzo 2026 durante il Future Investment Priority Summit di Miami e ripresa dai media internazionali, non equivale ancora a una vendita formalmente conclusa. Ma il peso politico dell’annuncio è sufficiente a riattivare un dossier che tocca insieme industria, geopolitica e bilanciamento militare regionale.
Gli F-35 all’Arabia Saudita?
Secondo quanto riportato, Reuters aveva già riferito nel novembre 2025 di una possibile richiesta saudita per 48 F-35, segnalando che il fascicolo aveva superato un primo snodo interno al Pentagono. Per arrivare a una finalizzazione effettiva restano però necessari diversi passaggi, inclusi il via libera del Dipartimento di Stato, del Dipartimento della Difesa, del Congresso e la notifica della Defense Security Cooperation Agency.
Dal punto di vista operativo, l’eventuale introduzione del Lightning II nella Royal Saudi Air Force rappresenterebbe un netto salto di qualità. L’F-35A porterebbe a Riyadh capacità di bassa osservabilità, sensor fusion, penetrazione in ambiente ad alta minaccia e interoperabilità avanzata con gli assetti statunitensi. L’inserimento potrebbe accompagnare il progressivo superamento della, ormai anziana, linea dei cacciabombardieri Panavia Tornado IDS ancora in servizio.
L’Arabia Saudita dispone già di una flotta di alto livello, basata su F-15SA, su F-15S/SR aggiornati e su Eurofighter Typhoon, ma il Lightning II introdurrebbe un diverso standard tecnologico, soprattutto sul piano della sopravvivenza e della superiorità informativa.
E Israele?
Resta però centrale il nodo del Qualitative Military Edge israeliano. Israele gode di uno status unico nel programma con l’F-35I Adir, dotato di personalizzazioni nazionali e di un livello di accesso senza paragoni tra gli utenti export del Lightning II. Ogni eventuale vendita a Riyadh andrebbe quindi calibrata per non alterare il vantaggio qualitativo israeliano.
Per Lockheed Martin, un ordine saudita avrebbe un impatto importante sul piano industriale e simbolico. Pur non trattandosi di un quantitativo comparabile ai maggiori lotti alleati, l’eventuale accesso saudita al programma avrebbe un forte valore politico-commerciale e rafforzerebbe ulteriormente la centralità dell’F-35 come piattaforma di riferimento per le alleanze americane.
Per l’Europa, e anche per l’Italia, il dossier è rilevante su due livelli. Da un lato, perché una vendita di F-35 all’Arabia Saudita inciderebbe sugli equilibri competitivi con piattaforme come l’Eurofighter. Dall’altro, perché confermerebbe il ruolo del Joint Strike Fighter come strumento di politica estera oltre che come programma industriale. Ad oggi non esiste ancora un contratto formalizzato. Ma la dichiarazione di Trump è sufficiente per rimettere il tema nella fascia alta dell’agenda strategica internazionale.


