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Interviste

Angeli con le stellette: abbiamo intervistato il personale dell’infermeria dell’Istituto di Scienze Militari Aeronautiche di Firenze impegnato nell’emergenza Covid19

Siamo tornati all’ISMA di Firenze, dove il team medico dell’infermeria di corpo dell’Istituto, una squadra composta da 9 professionisti ed addestrata ad affrontare le emergenze sanitarie di ogni tipo, è stata chiamata a combattere la più grave minaccia che abbia afflitto il nostro secolo: il Covid-19.

“Una responsabilità duplice, come persone oltre che come militari”. Racconta così il Colonnello Giorgio Ruggeri, Ufficiale medico a capo dell’infermeria di corpo dell’Istituto di Scienze Militari Aeronautiche di Firenze e al Comando di uno staff sanitario composto da medici e infermieri. Alle spalle oltre 35 anni di Servizio, un curriculum di élite ed una formazione da anestesista rianimatore.

La battaglia contro il virus è fatta di giorni duri, intensi e pervasi dal dubbio. Nella mente scorre sempre una folla di pensieri, mentre fuori si combatte una guerra senza esclusione di colpi contro un nemico subdolo e ostile: de facto invisibile.

Riuscire ad organizzare l’assistenza ai ricoverati e proteggere al meglio il proprio teamwork è la priorità. In momenti dove il tempo non è mai un fedele alleato, tutto deve essere deciso e attuato in tempi rapidi, anche il minimo dettaglio.

L’imperativo è quello di essere sempre lucidi, concentrati anche se l’apprensione di poter sbagliare e la paura per i nostri cari che sono lontani è tanta e a volte si insinua infida sin dentro i pensieri.

“Questo genere di esperienze segnano senza ombra di dubbio il carattere di una persona; come nelle operazioni all’estero non hai orari e devi rassegnarti ad abbandonare i propri affetti e la tua famiglia”, ci dice il Colonnello Ruggeri. “All’inizio eravamo spaesati e, non mi vergogno ad ammetterlo, forse anche confusi. Poi abbiamo individuato la nostra priorità: proteggere il personale dell’Istituto e, con esso, le famiglie, elaborando, insieme a colleghi di altre articolazioni non sanitarie i vari protocolli che avrebbero consentito di continuare a svolgere il nostro servizio in sicurezza.
Dopo poco tempo, con due Infermieri, abbiamo iniziato ad operare in una RSA di Chiavari, gestendo i pazienti delle fasce più deboli.
Ma il nostro lavoro è continuato anche all’interno del nostro Istituto, dove vivono gli Allievi della Scuola Militare “G. Douhet”, per la maggior parte minorenni. Abbiamo affrontato, grazie a un protocollo siglato con la regione Toscana e alla conseguente collaborazione con l’AUSL Centro Toscana di Firenze, le situazioni che si proponevano via via;  non ultimi i rapporti con i genitori di questi ragazzi, che vivevano da lontano questa situazione e che ci hanno affidato i loro figli facendoli diventare un po’ nostri.
Poi, con un altro Infermiere, siamo stati chiamati ad assicurare un servizio per la somministrazione di tamponi molecolari a Grosseto e infine siamo stati nuovamente coinvolti nell’assistenza in una RSA dell’Emilia Romagna con un ulteriore Infermiere”.

La Difesa e l’Aeronautica Militare si è distinta sin da subito e ha fatto la sua parte scendendo in campo sin dal primo momento con uomini e mezzi. Dall’ISMA di Firenze, 3 infermieri militari sono stati inviati nelle RSA emiliane e liguri a sostegno dei civili contagiati quando entrambe le regioni sono andate subito in sofferenza.

Il lavoro di questi angeli in uniforme è immane e viene suddiviso tra i regolari turni nell’infermeria dell’Istituto e quelli al servizio della popolazione. Come Ente Militare infatti, l’ISMA e la sua infermeria non ha cessato mai un secondo la sua funzione originaria ed ha continuato a svolgere anche il medesimo regolare servizio ogni giorno. Lo stesso che offre quotidianamente a tutto il personale per 365 giorni l’anno.  Per questi uomini i turni di lavoro sono decisamente impegnativi e si spingono oltre le 16 ore al giorno garantendo al contempo sempre e comunque un’assistenza h24.

Le protezioni che si trovano costretti ad indossare limitano molto l’empatia coi pazienti, ma nonostante gli scudi si cerca di aumentare il contatto umano in ogni modo possibile. Un sorriso, una carezza, un gesto umano, sono poi la ricompensa più grande per il loro duro lavoro. “Con indosso la tuta i pazienti ci riconoscono solo dal timbro di voce e dal nostro sguardo. I dispositivi che indossiamo ci rendono agli occhi degli altri come degli esseri irriconoscibili” racconta consapevole il 1° Luogotenente Angelo A. uno degli infermieri.

Quali sono i ricordi di questa esperienza?” chiediamo a questi uomini “Tanti, quasi impossibile raccontarli tutti. Fra quelli più nitidi sicuramente gli sguardi dei pazienti che capiscono di avercela fatta, di poter tornare a casa, di essere fuori dal tunnel. E poi l’idea di riabbracciare i propri affetti o anche solo la sensazione che si prova a sentire di nuovo l’aria fresca, fuori, che ti tocca la pelle”.

Per settimane è andata così, secondo questo identico copione. Un piccolo progresso, quotidiano, portato avanti in una lotta incessabile, senza esclusione di colpi. Le giornate identiche l’una con l’altra. Il tempo implacabile che non passa mai. Si torna in camera dopo esserci decontaminati e si cerca di riposare per quel poco che è possibile. Si prova per un attimo a non pensare, a scacciare lo stress. Ma il tempo è centellinato e infatti ricomincia subito un’altra giornata.

“Di aeronautico in quei momenti rimane solo il cielo“, ci confessa il  1° Maresciallo Luigi M., l’unico che questi uomini possono scorgere dalle finestre delle strutture mentre fuori il mondo intero se ne sta fermo in silenzio, in preghiera, in lockdown. Il controllo della situazione dei pazienti non prevede mai un’attimo di sosta. Ma le reazioni alle cure sono positive.

Oggi è andata bene e stiamo raggiungendo ottimi risultati“. Angelo è ottimista e rassicura uno dei suoi pazienti che gli ad un tratto gli prende la mano, gliela stringe e gli sussurra, “Grazie per quello che fate, di cuore“.

Per l’occasione ho deciso di rivolgere alcune domande ad Emilia G., Maresciallo infermiere di 2° classe, chiedendole di raccontarci la sua esperienza durante quei momenti così delicati. Medici e infermieri militari sono figure professionali appositamente addestrate per poter fronteggiare una vasta gamma di emergenze nelle quali il fattore tempo gioca un ruolo cruciale.

Aviation Report / Simone Ferrante: Ci può raccontare cosa è stato per lei intraprendere una battaglia contro il Covid e quali sono gli stati d’animo che ha provato nella battaglia contro un nemico così infido e ostile?

Maresciallo Emilia G.: Infermieri e medici si addestrano costantemente per poter intervenire in situazioni di emergenza. La gestione del tempo, le esercitazioni, le simulazioni sono state, fin dal mio ingresso in Aeronautica, punti fermi su cui fare leva per continuare ad incrementare il mio percorso formativo. Questo virus all’inizio era un completo sconosciuto e abbiamo dovuto tirar fuori tutta la nostra pazienza e il nostro spirito di sacrificio. Fermarci all’improvviso e rinunciare a tutta la nostra routine non è stato semplice, ed ha richiesto una forza interiore che forse neanche pensavamo di avere. Tutti eravamo nelle stesse condizioni, non c’è stata differenza.

Abbiamo lavorato uniti dando il meglio di noi stessi. Certo la stanchezza si è fatta sentire strada facendo e anche se la lontananza fisica dai propri cari era sempre più pesante, sapere che il contributo di ciascuno poteva fare la differenza ci dava nuovo slancio e ricaricava le energie. Ogni rinuncia, ogni scelta è stata fatta con la consapevolezza di voler e dover dare protezione a tutti, indistintamente. Forse tanti errori potevano essere evitati così da riuscire a salvare molte più vite ma con il senno del poi è sempre tutto più facile. Ora che questo virus non è più così tanto sconosciuto, non ci fa tanta paura anche perché abbiamo dalla nostra un’arma in più: le vaccinazioni. Prevenzione e vaccinazioni sono uno scudo contro cui il virus deve solo indietreggiare. Sicuramente c’è ancora tanto da lavorare e non bisogna ancora abbassare la guardia; il lungo periodo di restrizioni a cui siamo stati sottoposti deve essere per noi tutti un monito per il nostro futuro.

AV / Simone Ferrante: Sotto il camice, l’uniforme. Nel vostro caso dunque parliamo di una duplice responsabilità. E’ indubbio che il vostro aiuto alla popolazione civile è stato di vitale importanza per permettere a queste persone di poter tornare al loro quotidiano. Come si è svolto il vostro lavoro e che rapporto si è instaurato con i vostri colleghi senza le stellette?

Maresciallo Emilia G.: Da sempre il mondo militare porta con sé una duplice responsabilità! Siamo si fedeli servitori della Patria ma anche cittadini che hanno una missione ben precisa: prendersi cura dell’altro, promuovere il benessere e tutelare la salute di chi ci viene affidato. In questo particolare momento storico indossare le stellette è stato un valore aggiunto alle capacità tecnico-professionali acquisite durante il percorso di studio e i tirocini fatti. L’esperienza con i miei colleghi nelle RSA mi ha dato modo di comprendere quanto l’impostazione organizzativa e mentale della forza armata sia fondamentale in periodi di emergenza come quelli vissuti.

Il nostro supporto ha rappresentato una nuova sfida, un mettersi in gioco che ha sicuramente arricchito il nostro bagaglio professionale. La voglia di dare il mio contributo e l’accoglienza dei colleghi che vedevano in noi l’ossigeno di cui avevano estremo bisogno per poter continuare ad andare avanti, mi hanno motivata ancora di più. E’ così  che fra di noi si è instaurato un ottimo rapporto collaborativo e di reciproco supporto dove ciascuno ha messo in campo la sua esperienza. E’ proprio grazie a questa collaborazione che abbiamo raggiunto il nostro punto di forza che ci ha permesso di vincere la nostra battaglia.

AV / Simone Ferrante: In quei momenti così difficili la componente emotiva ha giocato un ruolo chiave sin da subito. Data anche l’età dei vostri pazienti quale è stato il vostro rapporto?

Maresciallo Emilia G.: Ancora oggi a distanza di un anno ricordo ancora tutti i loro nomi e le loro storie! All’inizio avevo timore di non riuscire ad associare i nomi alle persone perché mi sembravano davvero tanti ma con il passare del tempo ciascuno mi ha mostrato una sua caratteristica, mi ha raccontato un pezzo di storia e mi è entrato nel cuore. Per Annamaria eravamo dei “puffetti” visto che le nostre tute erano bianche con striscioline blu.

Anche se avevamo il nostro nome scritto sulla tuta non era quello che ci dava identità: lo erano i nostri occhi! Considerando che eravamo dei perfetti sconosciuti e che non ci avevano mai visti dal vivo per me è stato sconvolgente essere riconosciuta solo dagli occhi! Clorinda aveva bisogno di usare un collirio più volte al giorno e quando le mettevo due goccioline per occhio lei mi diceva: “Sei Emilia, l’infermiera dell’Aeronautica, ti riconosco dai tuoi occhi!”. È indescrivibile l’emozione provata in quel momento! Anche un piccolo gesto puó avere un grande peso nella routine di una persona anziana. Con il passare del tempo non erano più solo pazienti erano i miei nonni, i miei genitori, i miei zii.

All’inizio non riuscivo ad assistere alle loro videochiamate, ero arrabbiata perchè a causa di questo virus gli anziani hanno sofferto e pagato un prezzo altissimo! Pian piano però ho visto quanta tenerezza poteva esserci anche attraverso un distaccato tablet… una nonna che allungava la mano per accarezzare il nipotino dall’altra parte dello schermo. Invece Alberto ci chiedeva di toglierci quella tuta perché aveva voglia di vederci dal vivo. Adriana mi ha spiazzata con un abbraccio, il primo dopo tantissimo tempo perché non si poteva e ancora non si può se non con i propri congiunti.

Mario che ci portava le caramelle perché eravamo gentili e puntuali nel fargli le medicazioni. E poi c’era Carolina che ha perso il suo compagno di vita a causa di questo virus. Erano indivisibili. Ero partita con l’intento di dare tanto ma alla fine sono tornata a casa ricevendo molto più di quello che avevo dato. Tutti hanno contribuito a far sì che potessi fare e dare sempre di più e per questo li ricorderò per sempre con gioia.

AV / Simone Ferrante: Sappiamo che per il suo servizio lei ed un altro suo collega siete stati insigniti di un encomio solenne. Ci può dare qualche dettaglio? Se potesse a chi vorrebbe dedicarlo?

Maresciallo Emilia G.: Questo riconoscimento mi ha lasciata molto sorpresa! Penso di aver svolto semplicemente il mio dovere di militare e professionista della salute! Sono stata davvero molto fortunata ad avere l’opportunità di fare la mia parte e come ho già detto prima, il mio contributo è stato solo una goccia nell’oceano, in cambio ho ricevuto un forziere di valore inestimabile! Il mio grazie di cuore però va a tutti coloro che mi hanno sostenuta in questa esperienza in primis la mia famiglia; a tutti i miei colleghi infermieri e medici che hanno condiviso con me direttamente e a distanza le paure e le gioie di quei momenti che ci ha seguito passo passo e non ci hanno fatto mai mancare il suo sostegno.

I tanti, troppi morti che abbiamo registrato non sono solo numeri, sono persone con valori e dignità a cui tanto è stato negato, anche la possibilità di salutare per l’ultima volta i propri cari. In molte occasioni è stato fatto un triage di guerra e questo mi ha davvero ferito fin nell’animo. Voglio dedicare quindi questo riconoscimento a tutti coloro che non sono più con noi, che hanno perso la loro vita per colpa di questa pandemia sia perché si sono contagiati, sia perché hanno avuto paura di recarsi in ospedale! La vita è sacra e va protetta sempre.

Fra i vari compiti del personale sanitario, interfacciarsi col paziente rassicurandolo sulle sue condizioni di salute risulta essere uno di quelli più importanti ma al contempo anche fra i più difficili specie in situazioni molto delicate come queste.

AV / Simone Ferrante: Le è mai capitato di essere lei a dover essere rassicurata? Avete mai avuto paura di non farcela?

Maresciallo Emilia G.: Credo che all’inizio tutti abbiamo avuto paura di non fare abbastanza perché la sofferenza intorno era davvero tanta e le risorse umane e materiali sempre troppo poche. Per fortuna non mi sono trovata dall’altra parte perché ho avuto intorno a me persone con cui ho condiviso tutte le esperienze e questo ha fatto sì che il mio carico emozionale fosse distribuito ma soprattutto ho avuto dei superiori che hanno ben compreso quanto fosse importante prendere un periodo di riposo dopo tutta la prima fase che ci ha visti sempre in costante attività. Un po’ mi sono sentita in colpa quando ho preso il mio periodo di licenza perchè sapevo che i miei colleghi erano ancora a sostenere ritmi di lavoro serrati. Ho capito solo in seguito quanto fosse stato necessario recuperare le energie spese. Non era finita, si stava ancora lottando, tant’è vero che i mesi di Settembre, Novembre e Dicembre si sono rivelati ancora più intensi.

Questo genere di esperienze che ti obbligano a non avere orari e a dover abbandonare affetti e famiglia per adempiere al proprio lavoro. Cosa ci può dire del lato umano che si vive in quella che si può definire come una guerra di trincea?

La distanza dalla propria famiglia si è fatta sentire. Non ho ancora avuto esperienza in teatri operativi fuori dai confini nazionali ma ho sperimentato cosa vuol dire stare tanti mesi senza riabbracciare i propri cari. Lavorare tanto tiene impegnata la mente e sapere di essere utile in quel momento ti permette di dare il meglio di sè e allo stesso tempo di prendersi cura di se stesso perché in quel momento si è consapevoli di essere una risorsa che non può assolutamente venir meno. Tutto viene centellinato ma tutto ha un sapore più autentico perché si apprezzano di più le piccole cose della quotidianità che sembrano riacquistare un valore inestimabile.

Ho messo “l’altro al centro” a discapito delle mie passioni e dei miei desideri perché era quello il momento di agire. In questa guerra di trincea ho adottato questa regola: oggi, non domani! Ho apprezzato l’affetto dei colleghi che non mi hanno mai fatto sentire da sola; a Pasqua quando avevo ormai rinunciato all’idea di magiare una tradizionale pastiera ne ho ricevuta una in regalo. Ero un po’ triste perché non potevo condividerla con le persone a me care ma con la mente e il cuore eravamo tutti connessi. La distanza fortifica i rapporti se sono davvero autentici!

Aviation Report e l’autore desiderano ringraziare l’Ufficio Pubblica Informazione dell’Aeronautica Militare, il Comandante dell’ISMA il Generale U. Floreani, il Colonnello G. Ruggeri, il Maggiore Andrea L., il Luogotenente Angelo A., il Maresciallo Emilia G. e il Maresciallo Luigi M.

Testo ed intervista a cura di: Simone Ferrante
Immagini: Aviation Report / Simone Ferrante

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Simone Ferrante

Nato a Firenze nel 1986 è un grande appassionato di fotografia aeronautica e di tutto cio'che è ad ala fissa o rotante. Dal 2018 è collaboratore presso la rivista online Aviation Report. Ho volato su NH-90, CH-47F, UH-412 (AVES).

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