F-15E abbattuto in Iran DUDE 44 Bravo
© CBS 60 Minutes

50 ore in territorio nemico: l’incredibile storia di “DUDE 44 Bravo” in Iran

Il 3 aprile 2026, durante l’Operazione Epic Fury, un cacciabombardiere F-15E Strike Eagle americano (identificativo radio “DUDE 44”) è stato abbattuto nei cieli dell’Iran da un missile a ricerca termica. Se le notizie di quei giorni parlarono di un recupero riuscito per entrambi i membri dell’equipaggio, solo oggi emergono i dettagli di un’odissea di sopravvivenza di “DUDE 44 Bravo” che ha dell’incredibile.

Paracadute danneggiato, schiena fratturata e una spietata caccia all’uomo sui monti Zagros. In un’esclusiva a “60 Minutes” della CBS il WSO – Weapon Systems Officer, l’ufficiale ai sistemi d’arma, dell’F-15E abbattuto ad aprile sull’Iran racconta i retroscena di una delle più audaci missioni di recupero della storia americana.

A rompere il silenzio ai microfoni di 60 Minutes della CBS è stato il colonnello dell’US Air Force noto solo con il nome in codice “DUDE 44 Bravo”. Ufficiale ai sistemi d’arma (WSO) seduto nel seggiolino posteriore del caccia da 30 milioni di dollari, Bravo ha vissuto un incubo di quasi 50 ore dietro le linee nemiche, braccato dalle forze armate iraniane.

L’impatto e lo schianto a caduta libera

La missione del DUDE 44 aveva come obiettivo impianti industriali legati al programma missilistico e di droni iraniano, nei pressi di Isfahan. L’impatto con un missile spalleggiabile nemico è stato fulmineo. L’equipaggio ha avuto solo pochi secondi per prendere la decisione di eiettarsi prima che l’aereo si disintegrasse. “Penso che il modo migliore con cui sono riuscito a descrivere quel momento sia come l’essere investiti in pieno da un treno merci.”

“Sarò grato fino all’ultimo giorno della mia vita al mio pilota e compagno di squadra, Alpha, per averci salvato la vita eiettandoci in tempo“, ha detto Bravo.

Ma per Bravo, l’espulsione è stata solo l’inizio del terrore. L’alloggiamento del suo paracadute era stato danneggiato dalle schegge del missile durante l’attacco. Il sistema non si è aperto correttamente, condannandolo a una terrificante caduta quasi libera. Secondo le stime dei medici militari, il colonnello si è schiantato al suolo a una velocità stimata tra i 110 e i 160 km/h. L’impatto gli ha provocato la frattura della schiena, del braccio e della spalla, oltre a gravi lacerazioni alla testa e una caviglia slogata.

Sopravvivere a una simile caduta è stato, come lui stesso lo ha definito, “un miracolo moderno. A un certo punto, quando ho alzato lo sguardo e non ho visto alcun paracadute, è stata la cosa più terrificante che avessi mai visto. Mi sono fermato proprio in quel momento, e mentre precipitavo a caduta libera ho pregato: Signore, sia fatta la tua volontà. Ma se devo superare tutto questo, ho bisogno di aiuto.”

50 ore sulle montagne e il rifiuto di arrendersi

Mentre il pilota, nome in codice “Alpha”, atterrato a circa cinque miglia di distanza, veniva recuperato dalle forze americane sette ore dopo sotto un pesante fuoco nemico, per Bravo iniziava una corsa contro il tempo. Sapendo che le forze terrestri iraniane (IRGC) si stavano muovendo per catturarlo, l’ufficiale ha deciso di allontanarsi dal punto di caduta. “Mai permettere che la mancanza di motivazione ti faccia finire sulla TV iraniana.”

Sfidando il dolore lancinante delle ossa rotte, si è arrampicato fino a un crinale montuoso a oltre 2.100 metri di quota nei monti Zagros per trovare riparo. Isolato e ferito, ha mantenuto il silenzio radio fino a quando non ha trovato una posizione sicura, inviando poi due brevissimi messaggi crittografati ai comandi USA. “Sono ferito, mi sto muovendo” e, poco dopo, “Dio è buono“.

f-15 abbattuto in Iran la missione csar
@ US Air Force photo by Airman 1st Class Johnathon King

L’imponente operazione di salvataggio di DUDE 44 Bravo

Per recuperare il colonnello disperso, gli Stati Uniti hanno mobilitato una forza di soccorso senza precedenti. L’operazione ha visto coinvolti oltre 90 operatori delle forze speciali sul suolo iraniano (il primo dispiegamento americano di truppe di terra nel Paese in 46 anni), supportati da migliaia di effettivi e centinaia di velivoli in volo.

La CIA ha messo in atto una massiccia campagna di inganno per depistare i radar nemici, mentre droni e bombardieri statunitensi colpivano le postazioni iraniane per spianare la strada ai soccorritori. All’alba della domenica di Pasqua, a circa 50 ore dall’abbattimento, due operatori dell’US Air Force Pararescue (PJ) sono finalmente sbucati sul crinale montuoso per riportarlo a casa. “Il momento in cui un PJ (Pararescueman) mi è apparso davanti su quel crinale è stato uno dei momenti più belli di tutta la mia vita. […] Quando mi hanno raggiunto, le mie uniche parole sono state: Andiamo.”

Durante l’esfiltrazione, alcuni elicotteri americani sono rimasti impantanati in una pista di fortuna nel deserto e sono stati fatti saltare in aria per non lasciare tecnologia sensibile in mano al nemico.