Il “Black Jet” è stato il primo caccia operativo progettato per sfruttare attraverso il “faceting” e materiali RAM la bassa osservabilità. Si tratta di connubio innovativo frutto di anni di ricerca e sviluppo che ha radicalmente mutato il modo di combattere una guerra moderna.

La notizia della sua perdita per fuoco nemico il 27 marzo del 1999 scosse l’opinione pubblica ponendo seri interrogativi sul concetto di invisibilità e sulla propria efficacia.

Fino a quel giorno infatti nessuno era mai riuscito a colpire il fiore all’occhiello della tecnologia americana; a far maggior scalpore fu proprio il fatto che il responsabile dell’abbattimento non era stato un ultimo ritrovato della tecnica, ma un sistema missilistico di fabbricazione sovietica vecchio di quasi 40 anni.

Era il 27 marzo 1999 e l’operazione Allied Force (O.A.F.) condotta dalla coalizione Nato contro il regime di Milosevic era giunta alla 4° notte.

I raid aerei alleati avanzavano in un incessante susseguirsi di missioni sui cieli Yugoslavi.

Lo scopo era intraprendere una campagna di bombardamenti destinata a costringere Belgrado a ritirare le sue truppe dalla provincia del Kosovo, dopo che il presidente Slobodan Milosevic aveva attuato una brutale campagna di pulizia etnica cercando di espellere l’etnia albanese dal Kosovo.

La base aerea di Aviano venne scelta per rischierare ben 12 F117 del 49th Fighter Wing provenienti da Holloman nel Nuovo Messico, fra questi anche il velivolo numero di serie 82-0806 meglio conosciuto agli appassionati per il callsign radio Vega 31; si trattava del “Something Wicked“ l’aereo pilotato dal Ten. Col. Darrell P. Zenko: il primo e unico F-117 della storia ad essere abbattuto.

USAF F-117  in decollo da Aviano del 1999

Veterano dei voli su Baghdad durante la Guerra del Golfo, Zenko era in carico all’ 8th FS e per una pura coincidenza aveva proprio origini Yugoslave.

Era alla terza sortita dell’operazione, la quale prevedeva dopo il decollo l’intrusione nello spazio aereo nemico, lo sgancio di una coppia di Paveway per colpire alcuni reparti terrestri dell’esercito nemico (J.N.A.) e infine il rientro. 

Nonostante quanto si possa erroneamente pensare, l’F-117 non era un velivolo progettato per volare in solitaria.

La formazione standard prevedeva sempre una scorta composta da piattaforme di guerra elettronica EA-6 Prowler e da F-16, armati di missili antiradar. Quella sera purtroppo a causa del tempo impegnativo sia i Prowler che i Falcon armati di missili HARM (High-speed Anti Radiation Missile) furono costretti a restare momentaneamente a terra per essere re-impiegati per una copertura successiva a un B-2,  costringendo così  i 3 Nighthawk protagonisti della sortita ad uscire soli, confidando esclusivamente sulle loro capacità furtive e sulla complicità della notte.

Il piano di volo non prevedeva un’altitudine costante di 15k ft., ma una navigazione a bassa quota da zona operativa, attraverso valli e montagne; pancia a terra e manovre a zig zag  come di consueto per fornire uno scarso punto di riferimento, ma al costo di elevati angoli di bank, col rischio di trasformare la fusoliera in uno specchio per i radar.

Alle 19.40 Zulu (20.40 circa ora locale), 30 secondi circa prima di giungere sull’obiettivo, il “Something Wicked” aprì le stive del carico pronto a sganciare.

Si tratta di una fase estremamente delicata per quanto concerne la propria furtività, dato che per alcuni secondi la capacità Stealth dell’apparecchio viene notevolmente degradata.

Secondi che sono sì insufficienti per impiegare un missile a guida radar attiva o semi-attiva, ma che bastano per allarmare una postazione antiaerea vigile e molto ben addestrata, la quale è in grado di riconoscere (o meglio conoscere) la rotta dell’aereo e farsi trovare pronta al rendez-vous.

Quella notte c’era qualcuno pronto che stava in ascolto, attendendo soltanto il momento giusto  per colpire. Zoltàn Dani era un Tenente Colonnello, comandante del 3° Battaglione della 250ma Brigata di Difesa Aerea dell’Esercito Serbo.

Nonostante avesse in dotazione una vecchia versione del sistema russo S-125 Neva ( SA-3 Goa per la nomenclatura Nato), quest’uomo non era certo uno sprovveduto.

Il sistema di cui disponeva era composto da un radar di preallarme P-18 “Spoon Rest-D”, in grado di utilizzare frequenze pre-autorizzate e pre-programmate nella banda A del VHF a circa 150 Mhz.

Questo radar era impiegato per localizzare un bersaglio in RAZON (Range And Azimuth Only). Una volta acquisito l’obiettivo, quest’ultimo sarebbe passato agli operatori del missile a guida radar “Low Blow” del sistema a guida radar SA-3 il quale impiega il campo di frequenza della Banda I.

Il Low Blow avrebbe quindi iniziato la propria acquisizione del bersaglio, calcolando il percorso, l’altitudine e la velocità, tutto in base ai dati forniti dallo Spoon Rest.

Una volta acquisito poi, sarebbe stato impostato in modalità di tracciamento, rendendo il sistema pronto per lanciare un missile, il quale operava per mezzo di un sistema di guida a 3 punti, utilizzando dei comandi trasmessi via radio.

Leggendo tutto quello che fu in grado di reperire sulla tecnologia Stealth, Dani capì che l’F-117 non era certo un aereo invisibile ai radar, e tanto meno invincibile, ma soltanto molto complesso da rilevare.

Twenty-five F-117 Nighthawks

Non solo; consapevole dell’incombente conflitto con le forze Nato, sapeva che la sua unità presto sarebbe stata bersagliata dai Tornado e dagli F-16 alleati dispiegati in funzione SEAD.

Per questo motivo, studiò attentamente tutte le tattiche di soppressione della difesa aerea portati a termine dagli americani e allenò la sua unità con rigore e disciplina al fine di ridistribuire frequentemente le sue batterie di Neva, adottando un atteggiamento estremamente diverso da quello statico impiegato dagli Iracheni in Medio Oriente, che si rivelò poi fallimentare.

L’ S-125 non era considerato un sistema SAM di tipo mobile, ma Dani aveva addestrato la sua unità per ridistribuirlo in soli 90 minuti, anziché i 150 previsti dalla procedura, semplicemente dimezzando il numero dei lanciatori.

Per assicurarsi un’ulteriore garanzia contro gli HARM, impose di limitare al massimo il funzionamento del radar Low Blow ad alta frequenza ,ad impulsi massimi di 20 secondi prima di spegnerlo.

Per aumentare i margini di sicurezza, optò per istallare anche dei falsi lanciatori SAM e reimpiegò persino dei radar da vecchi caccia MiG accantonati per intercettare e deviare i missili antiradar della Nato.

Grazie a questi scaltri diversivi e al movimento costante delle batterie, il Generale non perse neppure un sistema d’arma nel corso dell’operazione, nonostante i 23 HARM lanciati contro di loro dagli americani.

Intuendo la relazione fra la dimensione della lunghezza d’onda del radar e le dimensioni dell’obiettivo cercò inoltre di convincere i propri superiori di poter cambiare i circuiti dello Spoon Rest. Questo avrebbe permesso di accedere a frequenze ancora più basse aumentando la risonanza di un F-117, ma urtroppo per lui le sue richieste rimasero disattese e inascoltate.

Il 24 marzo al Colonnello venne ordinato di spostarsi da Jakovo a Simanovci a ovest di Belgrado in attesa di ricevere istruzioni a causa di un attacco condotto nei paraggi da  piattaforme B-2 o F-117 proprio la stessa notte.

Nel pomeriggio del 27 marzo, la 250ma fu messa in stato di allerta e gli fu dato istruzione su quali 4 frequenze della banda A del VHF dovessero passare. Seduto di fronte al VIKO, il display a controllo remoto del P-18, Dani venne informato dal Combat Center della 250ma che gli aerei erano in volo. Ordinò dunque che fosse attivato lo Spoon Rest impostando la frequenza VHF più bassa.

USAF F-117A Stealth-Fighter

Dani aveva notato che il radar di sorveglianza a lungo raggio era in grado di fornire una traccia approssimativa del Nighthawk entro un raggio di 15 miglia quando era sintonizzato sulla larghezza di banda più bassa possibile. Era una frequenza così bassa infatti, che i ricevitori di allarme radar della NATO non erano calibrati per rilevarlo.

La batteria agganciò 4 bersagli a distanza fra i 35 e i 30 km quasi immediatamente ed era palese dalle caratteristiche di ritorno del segnale che ad essere localizzato era un velivolo di tipo L.O. Lo Spoon fu effettivamente in grado di rilevare l’intruso, ma non fu però in grado di dirigere contro di esso alcun missile.

In breve uno di questi obiettivi entrò nella zona d’ingaggio del sistemo missilistico. A quel punto Dani dette ordine di acquisirlo col  SNR-125 Low Blow ad alta frequenza.

Dopo ben 3 tentativi a 13 km di distanza, ed esclusa la possibilità di un attacco HARM, riuscì ad avere il lock sul bersaglio e a fare fuoco, proprio nell’esatto momento in cui lo stealth navigava con la stiva del carico aperta, creando un altissimo angolo riflettore.

Da un AWACS che sorvegliava la zona Dani e i suoi uomini vennero individuati. Partì così subito una trasmissione di allerta immediata a tutte e stazioni “Firefly 3, Firefly 3”, ovvero attivazione di un dispositivo SA-3.

Sprovvisto di RVAH (Radar Warning And Horming), qualche secondo prima dello sgancio,  Zenko era concentrato sul DLIR. Una volta sganciate le GBU-27 e chiuso il portellone del vano bombe, l’aereo avrebbe effettuato una virata a sinistra molto stretta.

All’improvviso Zelko scorse due punti luminosi salire attraverso la cortina di nubi sottostanti per poi chiudere verso di lui.

Erano 2  V601-M sostenuti da un motore a razzo bi-stadio alimentato a combustibile solido. Vennero sparati a un intervallo di 3 secondi l’uno dall’altro dalle 4 rotaie di lancio del Neva.

La distanza fu talmente ridotta da non lasciare al caccia alcuna possibilità di compiere una manovra evasiva per evitare l’impatto.

Il secondo dei 2 missili ad essere lanciato aveva fallito il lock sul datalink del Low Blow ; riuscì a passare estremamente vicino all’aeromobile con una traiettoria balistica che con l’onda d’urto causata dal suo passaggio lo fece scuotere e ondeggiare.

Il primo ad essere lanciato fu però chirurgico e fece detonare la sua testata di prossimità a lato dello Stealth che venne investito da oltre 4000 frammenti.

Con l’ala di sinistra tranciata e con l’apparecchio ormai ingovernabile lanciato a 7 G negativi in rotazione antioraria, Zenko per miracolo riuscì ad assumere la posizione corretta e a trovare la forza di tirare la maniglia dell’eject catapultandosi fuori dal cockpit prima che fosse troppo tardi.

L’esplosione fu di tale portata da essere vista distintamente anche dall’equipaggio di un KC-135 che si trovava ad alcune miglia di distanza.

A paracadute spiegato, in piena fase di discesa Zelko utilizzò subito la propria radio di sopravvivenza in dotazione, una PRC-112A priva di frequenza criptata e senza alcuna capacità di operare “Over the horizon”.

Settò il canale UHF 234.0 Mhz per lanciare un segnale di soccorso prima di toccare terra. Avrebbe sfruttato l’altitudine cui si trovava per dare al segnale il miglior range possibile, massimizzando così l’efficacia e le probabilità di essere trovato.

“Mayday, mayday, mayday. I’m Vega31 on the way down”.

Era quasi sicuro che una volta atterrato entro breve sarebbe stato fatto prigioniero dalle forze nemiche che gli stavano dando la caccia, rendendo vano qualsiasi tipo di contatto con il Comando Alleato.

Il velivolo impattò in un campo a sud di Ruma nei pressi del villaggio di Budanovci, una piccola enclave della Voivodina. Il pilota invece toccò terra a circa 1,5 km dal luogo dello schianto.

Si nascose subito all’interno di un canale di scolo a poca distanza da un’autostrada a 4 corsie e attese di essere recuperato. Per fortuna riuscì a stabilire un contatto diretto proprio con l’equipaggio del KC-135, testimone diretto dell’abbattimento. Verrà tratto in salvo ore dopo da un’unità di ricerca e soccorso SAR dell’USAF composta da 2 MH-53 e un MH-60 . La notizia dell’abbattimento restò segreta per poco e fece subito il giro del mondo.

Mentre il Colonnello Dani e i suoi uomini vennero acclamati in patria come eroi nazionali della Repubblica Yugoslava, alla pari degli autori dell’abbattimento dell’U-2 sui cieli cubani, la coalizione occidentale invece si sentì per la prima volta vulnerabile.

Anche la propaganda di Milosevich non tardò molto ad arrivare. Furono stampati e distribuiti miglia di volantini sui quali era possibile leggere a caratteri cubitali in tono sarcastico, le “scuse” porte dall’esercito iugoslavo agli americani sul fatto che ignorassero la presunta invisibilità dell’apparecchio.

Ad aumentare lo scherno contro l’aeronautica statunitense si aggiunse il fatto che l’abbattimento era stato portato a termine da un sistema missilistico degli anni ’60.

L’episodio fu senza ombra di dubbio imbarazzante ma la verità è molto più complicata. Il Nighthawk era un velivolo con una tecnologia e un design degli anni ’70 e con una sezione trasversale radar molto più ampia rispetto agli F-22 o agli F-35.

Non solo, i caccia di 5th generazione sono inoltre dotati dei propri radar di bordo e dispongono di una maggiore varietà d’armi imbarcabili, rendendoli più adatti a fronteggiare minacce aeree e di superficie come questa.

Anche se molte informazioni dell’incidente così come il settaggio ad onde lunghe del sistema radar sono tutt’ora classificate e controverse, si ritiene che i Serbi siano riusciti ad intercettare il velivolo non solo grazie all’impiego di un radar modificato, ma principalmente per una serie di grossolani errori e di superficialità commessi dagli americani.

Dato che gli F-117 stavano seguendo fondamentalmente le medesime rotte da 3 giorni consecutivi, seguendo sempre lo stesso identico percorso, al medesimo orario e con il solito piano di volo, per i serbi non fu difficile calcolare la rotta d’attacco e la velocità media del velivolo sulla base di questi elementi.

Monitoravano inoltre le comunicazioni radio statunitensi e alleate sulle frequenze UHF e VHF, le quali erano per lo più non criptate. Intercettarono inoltre  l’A.T.O. (Air Tasking Orders) del piano Nato fra piloti occidentali e Awacs.

Non solo, anche il fattore Intelligence potrebbe aver giocato un ruolo di prim’ordine; sembrerebbe (il condizionale è d’obbligo) che il Colonnello si avvalse della collaborazione diverse spie, delle quali a oggi si ignora la loro nazionalità.

Vennero posizionate delle sentinelle all’esterno delle principali basi impiegate dalla coalizione, fra cui proprio quella di Aviano, le quali osservavano e riferivano tramite telefono cellulare i decolli e gli atterraggi, gli orari e la tipologia di aeromobile che era stata impiegata.

Personaggi che passarono sicuramente inosservati data moltitudine di curiosi e giornalisti che si radunavano fuori dalla base per assistere increduli ai decolli.

Altri uomini nei pressi del confine serbo inoltre pare che svolgessero un ruolo simile, confermando sempre con gli stessi sistemi di telecomunicazione il passaggio di un velivolo alleato non appena aveva varcato lo spazio aereo serbo.

E’ fuori discussione che i militari serbi protagonisti dell’abbattimento dimostrarono una marcata intelligenza e una forte preparazione mettendo insieme tutte le informazioni disponibili e pianificando bene l’attacco, ma l’abbattimento non è stato solo il frutto della loro preparazione tecnica.

Oggi il canopy, un pezzo di ala e altri resti del velivolo fra cui il sedile del pilota sono conservati e visibili presso il Museo dell’Aviazione di Belgrado. Alcuni pezzi vennero invece spediti in tutta segretezza in Russia e in Cina oltre che per essere studiati e riprodotti anche per lo sviluppo di dispositivi anti-stealth.

tettuccio F-117 Abbattuto in Serbia

Oltre un mese dopo, il 2 maggio del 1999, la stessa unità di Dani si rese purtroppo protagonista di un ulteriore abbattimento, questa volta ai danni di un F-16 USAF  conclusosi anch’esso per fortuna senza la morte del pilota. Si tratta del secondo e ultimo abbattimento di un caccia per fuoco nemico nel corso dell’operazione.

L’operazione Allied Force fu comunque un successo e le ostilità cessarono il 10 giugno del 1999. Nel corso degli 80 giorni di combattimento, gli F-117 effettuarono con successo ben 760 sortite.

Testo: Simone Ferrante
Photo credits: US Air Force, Museo dell’Aviazione di Belgrado, SRDJANILIC

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