Il 7 agosto 2017 la Corte dei Conti ha presentato un’interessante relazione speciale sulla partecipazione italiana al Programma Joint Strike Fighter F-35 Lightning II. Per completezza di informazione rimandiamo al sito web della Corte dei Conti per un approfondimento dei temi trattati.

Come sappiamo il programma Joint Strike Fighter F-35 ha ad oggetto lo sviluppo e la produzione di una famiglia di velivoli dotati di capacità multiruolo e di caratteristiche tecniche di ultima generazione, quali: bassa osservabilità ai radar (tecnologia stealth); elevata integrazione dei sistemi e sensori di bordo (sensor fusion); elevate prestazioni di ricognizione e identificazione; precisione di ingaggio; capacità di raccogliere, elaborare e trasmettere in rete un alto numero di informazioni essenziali al completamento delle missioni, ma anche per la superiorità informativa e la presa di decisione strategica (capacità net-centriche). Tutto questo prevede un’efficacia operativa in ambienti complessi, in teatri lontani, in missioni di difesa aerea, di attacco al suolo o in mare e per il supporto tattico alle operazioni di terra.

Il JSF nasce dall’esigenza del Pentagono di disporre di un velivolo d’attacco comune alle flotte della US Air Force, dello US Marine Corps e della US Navy. Sono quindi previste tre varianti: F-35A a decollo convenzionale (Conventional Take Off and Landing – CTOL), F-35B a decollo corto e atterraggio verticale (Short Take Off Vertical Landing – STOVL), F-35C per portaerei dotate di catapulta (Carrier Variant – CV).

Oltre agli Stati Uniti, il programma coinvolge otto Paesi, con livelli differenziati di partnership, in funzione delle rispettive quote di contribuzione ai costi di sviluppo del sistema d’arma: Regno Unito (unico Partner di primo livello, con un impegno finanziario corrispondente al 10% dell’importo iniziale dei costi di sviluppo), Italia e Paesi Bassi (Partner di secondo livello, con una partecipazione ai costi di sviluppo iniziali pari al 5%), Norvegia, Danimarca, Australia, Turchia e Canada (Partner di terzo livello, con una partecipazione intorno all’1%). A ciascun livello di partecipazione corrisponde un diverso grado di influenza nella determinazione dei requisiti del velivolo e nella quantità di tecnologia trasferibile, nonché un diverso livello di opportunità aperte alle industrie nazionali in termini di sub-forniture.

Il velivolo è costruito da un consorzio industriale avente come capofila l’azienda americana Lockheed Martin, mentre il sistema propulsivo (F-135) è prodotto dalla Pratt & Whitney (P&W). L’Ufficio di programma statunitense (JPO), presso il quale ciascun Paese partner mantiene un proprio ufficiale di collegamento, gestisce il contratto con la controparte industriale in nome e per conto dei partecipanti.

In termini di volumi, il mercato di riferimento è di oltre 3.000 unità, delle quali 2.450 circa per gli Stati Uniti e 600 circa per i Partner impegnati fin dalla fase di sviluppo1. A questi sono da aggiungere almeno 100 ulteriori velivoli, destinati ai paesi che hanno deciso di acquistare il sistema d’arma in regime di Foreign Military Sales (FMS): al momento, Israele, Giappone e Corea del Sud. Tanto per fare un paragone i numeri attuali dell’Eurofighter sono di 496 velivoli per i quattro partner e di circa 300 velivoli previsti per l’esportazione.

In termini di durata, si parla di un orizzonte temporale che arriva, attraverso una previsione di aggiornamento continuo, fino al 2038 per la fase di produzione e fino al 2070 per l’intero ciclo di vita, con una vita operativa media attesa di circa 55 anni, con progressivi upgrade che sposteranno in avanti l’obsolescenza delle macchine.

Le molteplici problematiche tecniche riscontrate negli anni (e ancora non tutte risolte) hanno portato con sé ritardi nella consegna delle capacità operative di cui era previsto il rilascio al termine della fase di sviluppo, e notevoli aumenti del costo finale di acquisizione a carico delle nazioni Partner. La mancanza di una configurazione stabile e la sovrapposizione di fasi (con la produzione iniziata prima che fossero completati i test dello sviluppo) sono fra i principali fattori responsabili dell’incremento dei costi e del mancato rispetto della tabella temporale.

I costi unitari sono praticamente raddoppiati, e solo negli ultimi anni si sono manifestati segnali di miglioramento, in termini di maggiore efficienza produttiva e della catena di approvvigionamento da parte dei sub-fornitori. Nel frattempo, gli stessi Stati Uniti e alcuni dei Paesi partner sono stati indotti a ripensare la propria partecipazione al programma nel senso di una riduzione o di un rallentamento del profilo di acquisizione. Rallentamento del programma che ha raggiunto per ora solo il 10% della produzione totale.

Una stima generale del costo dei maggiori programmi d’armamento finanziati dal governo statunitense è contenuta nel Selected Acquisition Report per l’anno fiscale 2015, pubblicato in data 24 marzo 2016 dal Department of Defense (DoD).

F-35 Aeronautica Militare

Con riferimento al Programma F-35 il Report delinea un leggero miglioramento in termini di sostenibilità, espresso in Then Year dollar (TY$). I costi di acquisizione per l’intero programma passerebbero da 391,1 miliardi TY$ a 379,0 miliardi, con una riduzione di 5,7 miliardi (da 324,1 a 318,4 miliardi, corrispondente a -1,8%) per la parte velivolo e una riduzione di 6,4 miliardi (da 67,0 a 60,6 miliardi, corrispondente a -9,5%) per la parte motore. Per quanto riguarda il costo medio unitario sono possibili soltanto stime approssimate. Le cifre riportate nel citato Selected Acquisition Report sono le seguenti:

I dati di costo considerati attendibili sono quasi raddoppiati rispetto alle previsioni iniziali: nel 2001 il costo medio di acquisizione era stimato a 69 milioni di dollari; oggi è di 130,6 milioni, come risulta dalla tabella. Si segnala tuttavia una tendenza alla riduzione (-4,67%) in raffronto alle analoghe stime del 2012, che riportavano un costo medio di acquisizione di 137 milioni di dollari. Tale riduzione viene collegata al maggiore grado di maturità, e quindi di efficienza, dei processi produttivi.

L’Italia e il programma JSF F-35 Lightning II

L’Italia ha partecipato al programma fin dalle origini, nel perseguimento di obiettivi strategici (prevista radiazione fra il 2018 e il 2025 della flotta aerea militare, composta originariamente da circa 250 velivoli tra AMX, Tornado e Harrier, ormai prossimi alla fine della vita operativa; mantenimento della sovranità nazionale) ed obiettivi economici (previsione di ritorni industriali, occupazionali e tecnologici). Considerate le maggiori capacità tecniche del nuovo sistema d’arma rispetto all’esistente, il tasso di sostituzione è inferiore all’unità. L’Italia ha quindi scelto di dotarsi di una flotta mista in cui F-35 e EF-2000 svolgeranno ruoli non sovrapponibili, ma complementari.

Per l’Italia, sono intervenute due decisioni a causa dell’aumento dei costi dell’intero programma: la prima (nel 2012) ha ridotto da 131 a 90 il numero di velivoli da acquisire; la seconda (nel 2016) ha impegnato il governo a dimezzare il budget dell’F-35, originariamente previsto in 18,3 miliardi di dollari (a condizioni economiche 2008).

La prima decisione ha avuto un costo per la base industriale: la perdita, in quota percentuale, delle opportunità di costruire i cassoni alari a Cameri, che presupponeva il mantenimento del volume di acquisti oltre il numero di 100 velivoli. È stato, al riguardo già riscontrato come i “risparmi” teoricamente ottenuti dalla diminuzione della flotta (5,4 miliardi) si siano riverberati in concrete perdite contrattuali (3,1 miliardi) che già ne hanno dimezzato il potenziale effetto, oltre alla perdita di ritorni industriali legata all’essere scesi sotto la soglia dei 100 velivoli.

La seconda decisione ha per ora prodotto solo un rallentamento del profilo di acquisizione fino al 2021, con un risparmio temporaneo pari a 1,2 miliardi di euro nel quinquennio 2015-2019, ma senza effetti di risparmio nel lungo periodo.

La partecipazione dell’Italia al programma JSF risale, quindi, al 1998 con la sottoscrizione del Memorandum of Agreement (MoA) per la Concept Demonstration Phase (CDP). Nel 2002, fu firmato il Memorandum of Understanding (MoU) per la Fase di Sviluppo e Dimostrazione (System Development & Demonstration Phase – SDD). Nel 2007, venne firmato il MoU per la fase di Production, Sustainment & Follow-on Development (PSFD), con la previsione di acquisto di 131 velivoli e con l’assenso alla costruzione della F.A.C.O di Cameri. Nel 2012, in ambito di spendig review, il Ministro della Difesa italiano ufficializzava la riduzione del numero totale di velivoli da 131 a 90 unità.

Nel 2014 la Camera ha approvato quattro mozioni in cui, nell’autorizzare la prosecuzione dell’investimento, veniva chiesto al Governo di riesaminare l’intero programma F-35 per chiarirne criticità e costi, con l’obiettivo di ottenere un dimezzamento del budget finanziario originariamente previsto, tenuto conto delle opportunità economiche e industriali derivanti dal programma stesso. A fronte di tali istanze, il programma è stato riformulato in modo da diluire gli acquisti (e produrre pertanto un risparmio di spesa) nell’immediato, pur mantenendo la partecipazione nazionale globale al ciclo di vita del velivolo.

Ad oggi, il JPO ha ricevuto, da parte del Ministero della Difesa italiano, l’autorizzazione a procedere in riferimento ai seguenti contratti:

– con la ditta Lockheed Martin, per l’acquisizione di 10 velivoli CTOL e 2 velivoli STOVL (lotti 6, 7, 8, 9 e 10), e relativi equipaggiamenti, parti di ricambio, supporto logistico iniziale con consegne tra la fine del 2015 e il 2018;

– con la ditta Pratt & Whitney, per l’acquisizione di 10 motori per CTOL e 2 motori per STOVL (lotti 6, 7, 8, 9, 10).

Roma, fino alla fine del 2016, ha speso 3.5 miliardi di euro (4.1 miliardi di dollari) per il programma F-35, coprendo la propria parte di spesa per le fasi di sviluppo e test, produzione dei primi velivoli, per la realizzazione delle infrastrutture della F.A.C.O. di Cameri  e per le altre infrastrutture delle basi aeree di Amendola e Grottaglie.

A livello produttivo vero e proprio nel periodo dicembre 2015-luglio 2017, sono stati consegnati all’Aeronautica Militare otto velivoli versione CTOL mentre un velivolo STOL ha effettuato il rollout iniziale. Tutti sono stati assemblati presso la F.A.C.O. di Cameri in linea con la programmazione stabilita. I primi quattro sono stati portati negli Stati Uniti presso la scuola di volo internazionale per il supporto all’addestramento dei piloti. I restanti sono stati assegnati al 32° Stormo dell’Aeronautica Militare presso la base di Amendola e sono entrati in servizio a partire da novembre 2016. Il Governo Italiano ha segnalato però l’intenzione di rinegoziare l’accordo con gli Stati Uniti per recuperare i quattro velivoli destinati all’addestramento e assegnarli al più presto all’attività operativa.

Il raggiungimento di una “massa critica” di velivoli  consentirebbe infatti di anticipare a fine 2018, rispetto al target attuale del 2021, il pieno utilizzo delle potenzialità operative del sistema. Allo stesso tempo, l’addestramento dei piloti italiani verrebbe svolto sul territorio nazionale.

prototipo AL-3 F-35 italiani

Lasciamo l’approfondimento di questi temi alla lettura completa della relazione della Corte dei Conti che potete trovare cliccando qui. L’ultima riflessione è che l’impatto del programma sul Paese è ragguardevole sia per il consistente ed importante aumento del livello delle capacità operative e del know-how tecnologico del comparto Difesa, sia per il volume economico che interessa le risorse finanziarie, strumentali ed umane della nazione.

Fonte: Corte dei Conti
Testo: Stefano Monteleone
Immagini: Gianluca Conversi, Stefano Monteleone

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